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La Romanità e il periodo Tardo - Antico

Interessato dal corso del Ticino e della Sesia, oltre che da quello di diversi torrenti di minore importanza (l'Agogna e il Terdoppio), il territorio novarese fu abitato stabilmente in epoca molto antica, quando si avviò una continuità insediativa già col Paleolitico (da 110.000 anni a.C.), che sarebbe durata attraverso le diverse epoche della preistoria fino all'Età del Ferro con la civiltà di Golasecca nelle sue varie fasi, proseguendo poi attraverso i secoli della presenza gallica, quindi di quella romana.
Del celtismo nella nostra zona è testimonianza notevole il sito di San Bernardino di Briona, con i resti di una necropoli e soprattutto un'epigrafe in alfabeto lepontico forse del I secolo a.C.
La romanizzazione della Valle Padana, o Gallia Cisalpina, avviatasi dall'ultimo quarto del III secolo a.C. dopo la seconda guerra punica, conobbe una fase particolarmente intensa a partire dal I secolo a.C. Se nel territorio tra Novara e il Ticino sono state riconosciute evidenti tracce della centuriazione, ossia della sistemazione e delimitazione del suolo agricolo attuata dai colonizzatori romani secondo moduli ricorrenti di centuriae (quadrati di circa 710 metri dilato, a loro volta suddivisi in quadrati di minor estensione), anche nell'area fra la collina del Medio Novarese e il corso della Sesia la romanizzazione mostra ancor oggi segni non trascurabili.
Lungo le due rive del fiume salivano verso le pendici alpine due strade parallele, tra cui (sulla riva sinistra) quella che dal Medioevo sarebbe stata denominata Biandrina, da Biandrate (e forse da Vercelli) a Romagnano.
Da Novara un'altra strada attraversava le pianure a nord della città, raggiungeva l'estremità meridionale delle colline, quindi le costeggiava sul loro versante occidentale, spingendosi anch'essa a Romagnano e, di là, alla Valsesia.
Il cuneo di territorio compreso tra la Sesia e le colline, a sud di Romagnano, era dunque delimitato e servito da due strade localmente importanti.
La presenza della civiltà romana è testimoniata lungo la riva sinistra del fiume da diversi sepolcreti e da epigrafi (a Biandrate, a San Nazzaro Sesia, a Sillavengo).
Il toponimo attuale Carpignano discende dalla forma Calpinianum documentata a metà del secolo X.
Ignoriamo quale fosse la forma storicamente precedente, tuttavia la desinenza -anum è chiaramente indicativa dell'origine romana di tale denominazione: essa, infatti, appartiene alla categoria dei più tipici prediali, cioè dei nomi locali indicanti l'esistenza di una più o meno vasta proprietà fondiaria compatta.
La radice onomastica che diede origine al prediale Calpinianum può essere stata quella del nome personale Calpinius, a sua volta derivato probabilmente dal nome gentilizio Calpius, il cui femminile Calpia è altrove attestato, oppure quella del nome personale Calvinius (o Calvenius): quest'ultimo, si noti, è attestato nell'epigrafe sul sarcofago di Aemilius Sabinianus figlio di Calvinius, al Museo Lapidario della Canonica di Novara.
Questa seconda ipotesi avvicina etimologicamente Carpignano a Calvignano (in provincia di Pavia), a Calvignasco (in provincia di Milano) e allo scomparso Calvignanum nei dintorni di Vercelli (per l'esattezza in territorio di Larizzate, presso l'attuale cascina Biscia), tutti dal personale latino Calvinius, più che non agli omonimi Carpignano Salentino (in provincia di Lecce) e Cura Carpignano (in provincia di Pavia), derivanti invece da un probabile personale Carpiniu.
Data l'attestazione del personale Calvinius nel Novarese, tuttavia, mi pare decisamente più accettabile assumere proprio questo nome come base per il nostro toponimo.
In passato, nell'ingenuo intento di nobilitare le origini del paese, si pensava di risalire (attraverso un non documentato Calpurnianum) alla romana gens Calpurnia, ricordando che attorno al 15 a.C. fu di passaggio nella Transpadana il proconsole Lucio Calpurnio Pisone Frugi, che presiedette un processo durante il quale intervenne come avvocato difensore l'oratore novarese Caio Albucio Silo.
Data la forte e organizzata presenza romana, nonché la posizione geografica relativamente favorevole agli scambi e alle attività economiche, la nostra zona tra collina e Sesia conobbe abbastanza presto il cristianesimo.
Pare da ritenersi autentica una lettera scritta dal vescovo Eusebio di Vercelli, in esilio a Scitopoli in Palestina, nella versione indirizzata a diverse comunità cristiane del Piemonte (Vercelli, Novara, Ivrea, Aosta, Tortona e Industria), fra le quali sono inseriti anche gli Agamini ad Palatium, ossia cristiani provenienti dal pagus Agaminus e stabilitisi presso un non identificato "palazzo" sede dell'amministrazione imperiale periferica.
La lettera eusebiana, documento fondamentale per ricostruire le vicende della prima diffusione del Vangelo nelle nostre terre, è dell'anno 356.
Novara solo dal 398 avrebbe avuto il suo primo vescovo, Gaudenzio.
L'evangelizzazione dovette procedere vero- similmente da Vercelli risalendo lungo le due rive della Sesia: al secolo IV può risalire il culto di san Vittore a Sizzano, mentre l'epigrafia attesta sicure presenze cristiane a Biandrate forse già nel medesimo secolo, a Sizzano con certezza nell'anno 519, nel secolo VI a Suno e a Naula di Serravalle", mentre alla prima metà del secolo V potrebbe risalire la chiesa della pieve di Santo Stefano di Lenta.
I secoli dal IV al X sono ancora avvolti nel più fitto buio.
Non possediamo infatti testimonianze né archeologiche né documentarie su Carpignano.
Se le prime invasioni germaniche nel III secolo d.C. dovettero interessare già la pianura padana, le nostre terre ricevettero certo impulso economico e sociale durante il periodo in cui Milano fu una delle capitali dell'impero (dal 286 al 402 d.C.), sede di un Augustus e di un vicarius Italiae, nonostante i turbamenti causati dalle guerre tra i diversi aspiranti alla dignità imperiale nel secolo IV.
Il diffuso benessere dell'Italia settentrionale in quei secoli è documentato dall'archeologia locale.
Oreficerie e ripostigli monetali databili tra il I e il III secolo d.C. si sono rinvenuti a Fara, Sizzano, Ghemme; dalla regione Sant'Eusebio di Carpignano proviene un gruppo di monete bronzee databili da Gallieno a Magnenzio (secoli 111-1V).
La testimonianza più preziosa del benessere raggiunto in quei tempi dall'agro novarese è tuttavia costituita dalla diatreta Trivulzio, una coppa in vetro traforato del secolo IV, opera di fabbricazione verosimilmente renana, rinvenuta nel 1675 tra Mandello e Castellazzo.
La prima discesa dei Visigoti di Alarico nel 402 determinò l'allontanamento della corte imperiale da Milano a Ravenna.
L'Italia padana fu da allora in poi preda di successive invasioni, tutte nel secolo V: gli Ostrogoti di Radagaiso e poi di Teodorico, gli Unni di Attila, i Burgundi di Gundobado.
La nostra zona dovette essere certamente interessata dalla presenza longobarda, a partire dalla fine del secolo VI, come prova la toponomastica: oltre al chiarissimo toponimo di Fara (lafara era un gruppo parentale longobardo che si spostava in armi), si incontrano infatti Morghengo, Agnellengo, Barengo, Sillavengo e Ghislarengo, tutte formazioni con la caratteristica desinenza germanica -ing, dallo stesso valore prediale della latina -anum.
L'area a est e sud di Carpignano costituisce la propaggine settentrionale di un vasto territorio che va dal Terdoppio alla Sesia, per diramarsi poi verso Biella e l'Alto Vercellese, nel quale sono frequenti i toponimi in -engo: si può pensare che tutto questo territorio sia stato oggetto di una seconda più o meno sistematica colonizzazione e organizzazione agraria in epoca longobarda o franca, cioè nei secoli VI-IX.
Indizi sicuri di uno stanziamento longobardo, riconducibile però a un momento successivo all'iniziale occupazione militare, sono ritenuti i toponirni derivati dalla voce auja, indicante un prato, spesso cinto di fossati o di siepi.
Nel territorio carpignanese va ricondotto a tale base Olgietum, di cui fa menzione una bolla di Lucio III del 1184 (di cui tratterò ampiamente più avanti), regione nota oggi come Urscett, nella quale sorgeva già allora la chiesa di Santa Maria ora detta di Lebbia.
Altro toponimo di matrice germanica è Scaffoggia, documentato alla metè del '500, situabile nella regione ancor oggi detta Goffardo.
Scaffoggia è riconducibile alla scapha, o skaffil, misura per aridi equivalente a 12 staia, applicata anche alle superfici agrariet. Anche Goffardo e il limitrofo Lamberi, sono genericamente attribuibili a una presenza longobarda, o in ogni caso germanica, quali nomi di primitivi possessori dei fondi.


'Carpignano Sesia' a cura dell'Associazione Turistica Pro Loco Tratto da:
"Carpignano Sesia"
a cura dell'Associazione Turistica Pro Loco, Interlinea
Novara, 1997, tutti i diritti riservati





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