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La fine del Medioevo

La lotta tra la fazione guelfa (le famiglie Brusati e Cavallazzi) e quella ghibellina (i Tornielli) si aprì a Novara a metà del Duecento.
Le alterne vicende di quel contrasto portarono ripetutamente l'una fazione a prevalere sull'altra, che veniva così scacciata dalla città e costretta a trovar rifugio nei luoghi del contado in cui aveva possessi fondiari o feudali. Un ramo dei Tornielli aveva la propria base a Carpignano, giacché i fratelli Giovanni e Matteo Tornielli de Calpignano figurano tra gli esponenti di parte ghibellina che rientrarono in Novara al seguito dell'imperatore Enrico VII nel dicembre 1310.
Nella prima metà del secolo XIV abbiamo notizia che in Carpignano risiedeva un ramo della potente famiglia dei Cattaneo di Sillavengo, politicamente ghibellina e filoviscontea e ben rappresentata all'interno del Capitolo Cattedrale di Novara. Raynerio de Silavengo qui stat Calpignani e i suoi fratelli Frederico e Lanfranco sono nominati nel testamento del canonico Eleuterio Cattaneo (del 27 aprile 1321) e in quello di suo nipote Pietro canonico della Cattedrale e vicario episcopale (del 13 agosto 1333).
Da quest'ultimo documento apprendiamo pure che Pietro Cattaneo era proprietario in Carpignano di due poderi (che aveva comperato rispettivamente ab illis de domino Nicola de Calpignano et a Petro Cava lierio de Calpignano e da Gulielmatio et Jacobo de Fratiis de Calpignano ci a Jacobo qui dicitur Croppa); il medesimo testatore lasciava infine ai comuni e luoghi di Landiona, Mandello, Sillavengo, Carpignano e Briona venti soldi ciascuno per i danni da lui arrecati andando a caccia nei loro territori.
Alla metà del Trecento il Novarese, che era signoria dei Visconti di Milano dalla fine del secolo precedente, fu invaso dalle truppe del marchese Giovanni II Paleologo di Monferrato, il quale nel 1356, dopo aver insediato suoi vicari nelle località principali e aver imposto nuove tasse e giuramenti personali di fedeltà, espulse da Novara i ghibellini Tornielli filoviscontei e vi richiamò i guelfi Cavallazzi e Brusati.
Il marchese, secondo la testimonianza del contemporaneo notaio novarese Pietro Azario, deteneva Oleggio Castello, il borgo di Pombia, Romagnano, Ghemme, Briona, Carpignano, Sillavengo, Mandello, Casalino, Fisrengo e molti altri castelli.
Due anni dopo i Visconti si ripresero con le armi i loro territori, dopo di che imposero anch'essi pesanti taglie a tutte le comunità. Inoltre, per infliggere una punizione memorabile o per evitare che divenissero ancora roccheforti del nemico, fecero demolire alcune delle fortificazioni dei luoghi già occupati dal Paleologo, forse anche quella di Carpignano.
Altre vessazioni subirono i nostri territori negli anni seguenti, quando Galeazzo Visconti nel 1364 fece edificare il castello di Pavia e obbligò a lavorarvi tutti i muratori, carpentieri e fornaciai di Novara e del suo territorio, a turni mensili per tutta l'estate e l'autunno.
In quegli anni il Visconti tenne in Novara come suo domicello Bertolotto Confalonieri da Piacenza, con l'incarico di distruggere i villaggi e le fortezze del distretto, al salario di una lira al giorno pagatogli dalle comunità nelle quali si trasferiva per adempiere il suo feroce incarico.
Pietro Azario scrive che, fra l'altro, il Confalonieri esigette dal borgo di Oleggio ben 4.500 fiorini dopo averne spianato le fortificazioni, e 500 fiorini da Carpignano: tali richieste erano palesemente esose, ma nessuno a Novara osò fiatare.
Come se non bastassero quelle tristi circostanze, nel 1361 le nostre terre erano state invase dai mercenari inglesi di Albert Sterz, al soldo del marchese del Monferrato, i quali si accamparono dapprima in Sizzano, poi a Romagnano, facendone basi per le loro incursioni nella regione e compiendovi soprusi di indicibile ferocia. Il Visconti, per scacciarli, aveva fatto incendiare i villaggi che essi avevano occupato e saccheggiato; dalla distruzione pare essersi salvato Carpignano con Sillavengo e Barengo, forse anche Fara.
Nel 1362 una grave pestilenza si diffuse in tutta la Lombardia, e anche nel Novarese, uccidendo due terzi della popolazione; due anni dopo fu la volta del terribile flagello delle cavallette che, dall'agosto all'ottobre 1364, divorò tutti i raccolti e le biade dell'Italia settentrionale.
Nuovi anni di guerra furono quelli dal 1372 al 1374. Contro i Visconti si erano coalizzati questa volta il papa e l'imperatore. Le comunità del Novarese furono indotte a schierarsi coi signori di Milano e, nel 1374, papa Gregorio XI mandò nelle nostre terre alcuni francescani come suoi legati allo scopo di recuperare all'obbedienza pontificia le popolazioni che con la loro adesione ai Visconti erano incorse nella scomunica.
Sappiamo così che gli abitanti di Sillavengo, Castellazzo, Mandello, Cavaglio, Fara, Vicolungo, Carpignano, Ghemme, Sizzano e Barengo stipularono patti con i legati pontifici per riconciiarsi con la Sede Apostolica.
Nel 1379, infine, Carpignano figura fra le molte terre novaresi che ricevettero da Galeazzo Visconti l'obbligo di comperare il sale, di cui il dazio e la gabella erano stati appaltati ad Andremo Tettone.
Morto Gian Galeazzo Visconti, nel 1402 il Ducato di Milano passava a suo figlio Filippo Maria. Il 3 maggio 1421, annuendo a una supplica dei carpignanesi, egli permetteva loro di ricostruire la cinta muraria dell'abitato, per garantire maggior sicurezza di vita ai suoi abitanti, e concedeva per tutto l'anno corrente l'esenzione dai carichi fiscali straordjnari.
Filippo Maria Visconti il 10 ottobre 1441 tramite il suo procuratore Corradino Cattaneo di Vimercate separò le terre di Carpignano e di Sizzano da ogni soggezione e giurisdizione della città di Novara, concedette loro i diritti giurisdizionali, le immunità, i dazi, i pedaggi, le gabelle e gli imbottati (tranne le gabelle del sale e i dazi della ferranza, della mercanzia e dei gualdi), quindi investì feudalmente delle due suddette terre e dei loro diritti il nobile Galeotto de Toscani del fu Maffiolo, cittadino milanese.
Galeotto de Toscani era tesoriere generale del Ducato; l'infeudazione a suo favore di Carpignano e Sizzano, come quella di Galliate nel medesimo anno, dovette essere stata fatta da Filippo Maria Visconti per restituire al Toscani le ingenti somme da questi anticipate di tasca propria alle casse ducali.
Alla morte di Filippo Maria Visconti nell'estate 1447 la nobjltà milanese proclamò una effimera "repubblica ambrosiana", mentre contemporaneamente Ludovico di Savoia attraversava in armi la Sesia a Romagnano intenzionato a impadronirsi dell'ex Ducato e Francesco Sforza puntava su Novara da Galliate, Trecate e Cerano.
La città, occupata dagli sforzeschi, fu assediata nel marzo 1449 dai sabaudi, i quali ritornarono poi verso nord saccheggiando i villaggi lungo la Sesia.
Briona, Fara, Sizzano, Ghemme e Carpignano si arresero subito ai sabaudi: essi, però, qualche giorno dopo, vennero fermati presso Romagnano dalle truppe di Bartolomeo Colleoni, al servizio dello Sforza, che aveva appena occupato Fara e Briona. Il novarese Tomino Paltroni (che nel 1452, nel 1458 e nel 1465- 1466 sarebbe stato podestà feudale di Carpignano) tentò in quell'occasione di catturare i condottieri sforzeschi attardatisi a Fara.
Il 20 aprile 1449 ebbe luogo un feroce scontro fra sforzeschi e sabaudi, durante una sortita degli sforzeschi finalizzata a recuperare il castello di Carpignano.
Il fatto è riferito dallo storiografo milanese Bernardino Cono agli inizi del '500, senza però precisarne esattamente il luogo. Secondo il vescovo novarese Carlo Bascapè (che scrisse neI 1612) la battaglia ebbe luogo tra Carpignano e Briona lungo i colli; il milanese Carlo Morbio fu anch'egli di opinione che Carpignano fosse stato teatro del conflitto.
Nel luglio 1450, pochi mesi prima che il capitano di ventura Francesco Sforza si impadronisse del Ducato, in una relazione del referendario novarese a Milano si legge che Carpignano aveva un castello, contava 150 nuclei famigliari e era solita essere tenuta in feudo da Galeotto de Toscani, sebbene a quel tempo fosse tenuta (forse per subinfeudazione) da Francesco Sanseverino, il quale stanziava le sue truppe a Ghemme e nel nostro paese.
I dazi del pane, del vino, delle carni e del transverso (applicato questo su tutte le merci transitanti per il villaggio) rendevano complessivamente 60 lire, mentre a titolo di imbottato (prelevato sul vino prodotto) la nostra comunità doveva consegnare ogni anno 400 bottali.
Notiamo che tale quantitativo di imbottato era identico a quelli di Sizzano e di Briona, villaggi già allora rinomati per le notevoli quantità e qualità del vino prodotto.
In quegli anni si ebbe anche il tentativo di un certo Doc di Tramazio, un criminale, di appiccare il fuoco a Carpignano, sventato da Zanino e Lanfranchino Portigliotti e da Simone Ferrari incaricati dal podestà feudale.
Il feudo di Carpignano, in seguito, passava alla famiglia pavese dei Rizzo, cui fu dato il 21 novembre 1466 da Galeazzo Maria Sforza; ai Rizzo rimase probabilmente fino al 1523, quando passò a Sigismondo Brandino.
Con Fara, Ghemme e Gionzana, Carpignano divenne poi (nel 1575) feudo comitale di Rinaldo Tettoni, personaggio coinvolto in rischiose speculazioni che portarono alla confisca di tutto il suo ingentissimo patrimonio nel 1589.
Se nei secoli precedenti il Mille l'insediamento di Carpignano si era concentrato attorno al modesto rilievo su cui era sorto il castrum, già poco dopo la metà del Medioevo doveva essere stabilmente occupata l'area corrispondente alle immediate adiacenze orientali della fortezza.
La chiesa di Santa Maria, poi parrocchiale, su1 luogo dell'attuale, era officiata già alla metà del secolo XII. circondata forse già allora dal suo cimitero.
Attorno a essa si doveva estendere la villa (che però non è espressamente documentata nel nostro caso), cioè il villaggio abitato dai rustici, non fortificato e con edifici prevalentemente coperti di paglia.
In quella medesima epoca una porzione di terreno sgombra da edifici, posta a sud-est della fossa del castello, fu destinata ad arale, cioè ad aia comune (utilizzata sia dai signori sia dai rustici) per la battitura dei cereali: il nome di contrada dell'Arale, già testimoniato nel 1480, è giunto quasi fino a oggi legato all'attuale Via Roma, che delimita proprio quella zona.
Non localizzabile è invece il Borghetto. Il toponimo, storicamente assegnabile al secolo XV (e in effetti testimoniato dal 1465)', sta a significare un quartiere con edifici in muratura disposti a maglie molto serrate, in modo da risultare quasi fortificato.
In epoca moderna è documentata, e tuttora viva, la denominazione del Molino di Borghetto, dal quale ha preso nome la via a esso adiacente.
Tuttavia, se è antico il mulino, gli edifici che lo circondano sono di costruzione assai recente e la sua area appare ancora occupata da terreni agricoli nella mappa settecentesca cosiddetta teresiana.
Penso perciò che si trattasse di un mulino a servizio del quartiere del Borghetto, ma non ubicato in esso. Il Borghetto può forse identificarsi, a titolo di pura ipotesi, con la parte settentrionale del settore delimitato dalla Piazza, dalle vie Dante, Colombo e Roma e attraversato dalla roggia Molinara.
Ancora oggi alcuni angoli del centro abitato mostrano evidenti caratteristiche di essere sorti come piccoli nuclei densamente edificati e quasi fortificati attorno a corti chiuse o muniti di barbacani alla base che li fanno rassomigliare a piccole case forti.
Tali tratti particolari si possono riscontrare all'angolo nord-est dell'antico centro abitato, in prossimità dell'innesto di vicolo Marsala su via Garibaldi, dove sorge un edificio a due piani con l'aspetto quasi di una casa- torre, già ben evidenziato nell'unica veduta grafica del paese che si conosca per i secoli passati, del 1671.
Ancora a quell'epoca una cinta muraria merlata (con tutta probabilità quella ricostruita nel 1421), corrente lungo le attuali vie Bonenti e Mazzini, raggiungeva proprio quell'edificio, che assumeva così la funzione di torrione angolare nel sistema difensivo del villaggio.
Caratteristiche di corte chiusa e fortificata, con tanto di ingresso carraio sormontato da una torre ornata da cornice laterizia a beccatelli, hanno gli edifici retrostanti l'oratorio di San Marco, in via Cavour, sulle pareti dei quali è ancora possibile vedere lacerti di affreschi a soggetto sacro risalenti ai secoli XV-XVI.
Questo angolo del centro abitato è noto ancora oggi, come nei documenti secenteschi, col nome di cantone di San Marco, quasi a indicare con tale denominazione la sua fisionomia di nucleo a sé stante rispetto al villaggio.
Analogo tessuto ediizio particolarmente fitto e serrato sembra avere anche il tratto finale di via Carlo Alberto, confluente in via Foscolo e in via Badini, per il quale è pure viva l'antica denominazione di cantone di Fignona.
Un elemento topografico da tenere presente per delineare l'aspetto urbanistico di Carpignano nei secoli del tardo Medioevo è il fossato che si dirama dalla roggia Molinara alla periferia nord del paese, noto come fosso dei prati.
Esso corre in direzione ovest-est lungo il limite nord delle ultime case del villaggio; giunto nell'area dell'attuale vicolo Marsala, piega ad angolo retto verso sud, per poi correre rettilineo alle spalle del cantone di San Marco e del cantone di Fignona (attraversando una zona dal significativo nome di Scérca, ossia 'cerchia difensiva'), per raggiungere infine la roggia Busca nella regione detta prati grassi.
Questo fossato fu evidentemente scavato con la duplice funzione di canale irriguo e di delimitazione del centro abitato a scopo difensivo.
E interessante notare che ancora nel '700 era denominata Cerca non soltanto l'immediata periferia orientale del paese (attuale via Ettore Piazza), ma anche quella settentrionale, dalla cappelletta di San Defendente allo sbocco dell'attuale via Garibaldi. I primi decenni del '500 furono insanguinati dalle guerre tra spagnoli e francesi per il possesso dell'Italia, nelle quali vennero coinvolte direttamente anche le pianure lombarde. Carpignano, in particolare, e i limitrofi Sizzano, Ghemme e Briona subirono nel 1322 il saccheggio degli svizzeri capitanati da Francesco Dal Pozzo e Filiberto Ferrero di Candelo.
L'anno dopo il nostro paese diveniva feudo di Sigismondo Brandino e nel 1529 entrava a far parte del feudo creato per il cardinale Mercurino Arborio di Gattinara, Gran Cancelliere di Carlo V, che sarebbe tuttavia morto l'anno dopo. Poco dopo Carlo V confiscò l'ex ducato sforzesco di Milano e concesse Novara nel 1538 in feudo a Pier Luigi Farnese.
Entrato nell'orbita del regno di Spagna, il milanese vi sarebbe rimasto fino alla guerra di successione spagnola all'inizio del '700. Promossa da Carlo V si ebbe a metà del secolo la prima organica operazione di catastazione dello stato milanese, che dal funzionario a essa preposto si sarebbe denominata Catasto Bergamino.
Purtroppo i registri del catasto cinquecentesco di Carpignano sono andati perduti, con grave danno per la conoscenza dell'economia, del territorio, della toponomastica e della demografia del nostro paese a quell'epoca. Si è conservato però il registro dei beni ecclesiastici esentati dai tributi fiscali dovuti al governo spagnolo, compilato nel quadro di una contemporanea catastazione avviata dalle autorità della Chiesa. Alla medesima iniziativa risale la compilazione di un voluminoso manoscritto conservato in Archivio Parrocchiale, nel quale sono contenuti gli atti di consegnamento di ben 119 appezzamenti spettanti alla locale Confraria di Santo Spirito. La proprietà ecclesiastica a Carpignano a metà del '500 assommava totalmente a oltre 8000 pertiche novaresi, suddivisa tra ben 32 benefici ecclesiastici di varia natura e dimensioni.
Fra di essi spiccavano, per vastità di possedimenti, l'abbazia di San Pietro in Castello posseduta dal priore commendatario mons. Pietro Begiamo, la prepositura della chiesa di San Giulio all'Isola d'Orta, la prepositura e alcune prebende di San Gaudenzio di Novara e i canonicati di San Colombano di Biandrate, cui tenevano dietro molti altri benefici minori. A ragione poteva dunque affermare il vescovo novarese Carlo Bascapè, all'inizio del '600, che Carpignano ha beneficzj e chiese forse più d'ogni altro luogo della Diocesi. Nella seconda metà del secolo Carpignano fu infeudato al conte Rinaldo Tettoni, dal 1575 al 1589.
Dieci anni dopo, nel dicembre 1599, la Regia Ducale Camera di Milano vendeva il feudo del nostro paese a Gerolamo Piatti, che nel 1617 veniva insignito del titolo comitale. I conti Piatti detennero il feudo fino alla metà del '700, con la contessa Marianna Erba Piatti principessa di Monteleone.


'Carpignano Sesia' a cura dell'Associazione Turistica Pro Loco Tratto da:
"Carpignano Sesia"
a cura dell'Associazione Turistica Pro Loco, Interlinea
Novara, 1997, tutti i diritti riservati





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